Dall’iPhone al Nexus parte 2: tante App “controllate” o libertà di scelta e integrazione?

Ho scritto inizialmente questo post il 31 agosto direttamente dal Galaxy Nexus, ma non avendo avuto tempo di riguardarlo vi tocca seguire la seconda parte con un ritardo fuori dal comune 🙂

Per chi si fosse preso la prima parte, oltre a invitarlo a leggere il precedente post al riguardo, una piccola premessa: questa serie di articoli hanno l’obiettivo di analizzare quanto di buono sto riscontrando nella piattaforma di Google, quali sono le carenze sistematiche, cosa è fatto meglio o peggio nei dispositivi Apple e, soprattutto, cercare di sfatare il mito che vede Android come un clone di iOS (specie dopo la recente sentenza della battaglia legale tra Apple e Samsung).

Nel precedente post ho parlato della qualità dello schermo del Galaxy Nexus messo a confronto con il display Retina di Apple, della gestione della posta elettronica, la sincronizzazione con iCloud e le difficoltà a migrare da iPhone ad Android. Una importante parentesi, che cercherò di approfondire oggi, ha riguardato anche l’integrazione di alcune funzionalità delle applicazioni di terze parti con il sistema operativo e, proprio per questo, l’argomento principe di questo appuntamento saranno proprio le App e i relativi negozi digitali da cui attingere per farcire il proprio dispositivo.

Apple

Leader incontrastato e con numerosi tentativi di imitazione, l’App Store di Apple che dal 2008 accompagna gli iPhone e gli altri dispositivi iOS è a tutti gli effetti una miniera d’oro per l’azienda di Cupertino e per alcuni fortunati sviluppatori. Oltre a poter contare sulla vendita dei singoli dispositivi, con margini di guadagno elevati anche nel lungo periodo, Apple ha introiti costanti dalla vendita di applicazioni nel suo negozio digitale: uno sviluppatore per far parte della comunità (e proporre App, anche gratuite) deve pagare 99 dollari annui e lasciare nelle mani di Apple il 30% dei ricavi dalla vendita delle sue creazioni. Considerate le oltre 30 miliardi di applicazioni scaricate e un numero di sviluppatori attivi (o pseudo tale) che ha prodotto oltre 700.000 App, è facile capire che il giro d’affari è davvero notevole.

L’App Store è di per sé una piattaforma chiusa: gli sviluppatori devono essere certificati e identificati, ma soprattutto le applicazioni devono essere approvate dalla stessa Apple prima di essere disponibili per il pubblico.. Questa procedura, nata “teoricamente” per offrire una piattaforma sicura per gli utenti, in realtà nasconde degli effetti collaterali che vanno dalla lentezza per la pubblicazione di aggiornamenti per le singole App alla singolare “virtù” dell’azienda di Cupertino di stabilire se queste siano promosse o bocciate sulla base di valutazioni oggettivamente discutibili.

In alcuni casi, infatti, diversi sviluppatori si sono viste rifiutare le applicazioni perché simili a quelle preinstallate, anche se quelle ufficiali magari sono nate dopo altrettanti prodotti simili realizzati da altri. A far puzzare ulteriormente questa procedura dittatoriale subentra il fattore “copia al contrario” che porta Apple a ispirarsi ad applicazioni di terzi (a volte provenienti addirittura dal panorama poco lecito dei dispositivi jailbreak) per migliorare quelle ufficiali o introdurne di nuove.

Prima di addentrarmi nel dettaglio mi sembra corretto introdurre invece la controparte “androide”…

Google

Nato inizialmente con il nome di Android Market ed evolutosi in Google Play integrando anche la possibilità di acquistare libri in edizione digitale, musica e rovoste, la controparte per smartphone Android offre maggiore libertà sia agli utenti sia agli sviluppatori: non è previsto alcun pagamento per iniziare a pubblicare il proprio materiale, sia gratuito sia a pagamento, ma tuttavia il guadagno viene suddiviso sempre con le quote del 70 e 30 percento tra chi crea e chi vende (in questo caso Google) l’applicazione.

La totale libertà offerta da Google non è legata esclusivamente alla pubblicazione senza “censure” delle applicazioni, quanto al fatto di consentire a uno sviluppatore di interagire in modo più aperto con le funzionalità del dispositivo. È possibile creare applicazioni, giochi e widget e, in ogni caso, in base alle autorizzazioni concesse dall’utente (che viene informato in fase di installazione) ogni nuovo strumento può affiancare o sostituire uno esistente: non vi piace l’applicazione nativa per la gestione degli SMS? Potete installarne un’altra e lo stesso vale per foto, gallerie d’immagini, browser web e quant’altro.

L’effetto collaterale, come accennato, riguarda la possibilità che venga pubblicata più “spazzatura” di quanto non avvenga in un negozio digitale controllato, ma Google proprio per questo è sempre stata pronta a rimuovere applicazioni pericolose o che copiano funzionalità di altre (magari proponendo a pagamento e con un nome simile ciò che altri offrono da tempo gratis) con una semplice segnalazione da parte degli utenti.

Al Google Play Store si aggiunge la possibilità di installare applicazioni scaricando i file contenitore con estensione .apk o ulteriori negozi di applicazioni tra cui, il più famoso, è sicuramente l’Amazon App-Shop che, tra l’altro, propone quotidianamente un’applicazione gratuita per dispositivi Android.

Il confronto

Numeri alla mano l’App Store è più fornito, più completo e più utilizzato della controparte per dispositivi Android, vantando dalla sua una maggiore diffusione di iPhoneiPad soprattutto nei primi anni di vita del negozio digitale. Chi si è affacciato al mondo delle App, almeno inizialmente, aveva come riferimento una Apple che rappresentava quasi il totale del mercato. Il Play Store si sta invece riempiendo lentamente di prodotti di “qualità”, riuscendo a conquistare anche quegli sviluppatori che prima erano legati a una sola piattaforma e che tra giochi e applicazioni hanno invaso anche il terreno di gioco di Google.

Ciò che sto iniziando ad apprezzare della piattaforma di Google, rispetto alla mia precedente esperienza con i vari iPhone, sta nella possibilità di scegliere in piena autonomia quale strumento voglio usare per eseguire qualsiasi operazioni: se installo due o più applicazioni per scattare fotografie se, per esempio, dal menu di sblocco del Galaxy Nexus scelgo di avviare la fotocamera mi viene chiesto quale strumento usare. Sta a me decidere se avviarne una “Solo una volta” o “Per sempre”, rendendola di fatto la mia applicazione predefinita fino alla installazione di una nuova applicazione.

Non sono obbligato a usare l’applicazione realizzata da Google, anzi se voglio posso addirittura disattivarla facendola scomparire dal sistema operativo. Stesso discorso anche con elementi meno vitali come la posta elettronica, il browser web, l’applicazione delle mappe o il navigatore satellitare, anche se nel caso delle mappe il riferimento resta Google Maps con alcune modifiche all’interfaccia utente.

Ciò che il tuo telefono non fa, per esempio lo streaming via DLNA dei contenuti multimediali, puoi tranquillamente ottenerlo con un’applicazione di terze parti. Con Apple, gli iPhone e il sistema operativo iOS tutto questo è impossibile.

Sembra una banalità, ma la totale libertà di poter condividere qualsiasi contenuto tra le applicazioni che installate è qualcosa che, abituati all’iPhone, vi fa sentire così liberi da chiedervi come sia possibile che Apple vi blocchi fino a questo punto. Se scatto una foto e la voglio caricare su Dropbox è sufficiente che la condivida, appunto, con questo strumento senza essere costretto ad aprire l’applicazione manualmente, cercare l’immagine nel rullino del dispositivo e scegliere dove caricarla. Una perdita di tempo colossale. Lo stesso vale per qualsiasi social network (e non quelli con cui Apple diventa partner, si vedano TwitterFacebook su iOS 6), qualsiasi applicazione di messaggistica istantanea, di posta elettronica, di scambio file via bluetooth o Wi-Fi, ecc.

Hai un dispositivo potente e non sei blindato, puoi fare praticamente tutto ciò che vuoi e questo, secondo me, vale più dell’avere 700.000 applicazioni slegate tra loro e che non hanno modo di interagire in alcun modo.

Direi che anche questa volta posso fermarmi qui, nella terza puntata inizierò a bacchettare Android in modo più pesante… anche perché ci sono tante cose positive ma le magagne non mancano mai. Buon proseguimento.

Scrivi un commento